lesbo qua, lesbo là, lesbo tutta la città, lesbo giù, lesbo su non ci nascondiamo più. (canzone tradizionale popolare)
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Stava passando "Rise and fall" alla radio. E mi sono venute in mente tutte le cose che si alzano e si abbassano. La marea, il livello dei piatti nel lavello, l'umore. L'unica cosa che rimane costante e stabile è il senso di solitudine. Chissà se si sente la solitudine quando ti tastano il polso. Dovrebbero inventare un solitudinometro. Sarebbe più utile del termometro. Proprio perchè tutti fanno finta che non esista, come la morte. Eppure la solitudine non ti abbandona neanche quando una macchina ti prende in pieno sulle striscie, a te che stavi due passi avanti alla tua ragazza, con la quale avevi passato una giornata memorabile e fino ad un attimo prima ti sentivi felice, poi hai fatto quel passo in più e hai cominciato a sfidare la gravità ma hai perso. Ti sono volati gli occhiali chissà dove, come nei film con gli stunt, e sei atterrata qualche metro più in là di testa. Peccato, sarebbe stato un bel tuffo con l'entrata di schiena e forse non avresti neanche sollevato tanta acqua, ma era asfalto. Poi l'hai vista negli sguardi dei passanti, la solitudine, nella loro paura di vederti morire lì: hai capito che eri sola con la tua paura e il tuo dolore che pulsava in testa. La tua ragazza ha chiamato l'ambulanza e ti ha fatta portare all'ospedale, non è venuta, doveva aspettare i carabinieri. Nell'ambulanza ti facevano domande stupide e fredde: "Come ti chiami?" "Che giorno è oggi?", ci mancava anche che ti chiedessero "Cosa hai mangiato per pranzo?" e avresti capito che avevano sbagliato un trauma cranico per una crisi di singhiozzo. A me il singhiozzo passa soltanto quando bevo al contrario, piegandomi in avanti e mettendo la bocca sul lato del bicchiere più distante da me. Me l'hai insegnato tu secoli fa, funziona sempre.
Eri sola in quella sala raggi. Quando il radiologo ti ha girato la testa e ti è partito tutto, ti sei appesa a lui e hai vomitato. Eri sola su quel lettino freddo e pregavi di non morire anche se non avevi più un dio nè maiuscolo nè minuscolo. Chissà quando aveva smesso di essere credibile. Forse quando chiedevi che non ti facesse venire le mestruazioni così abbondanti che non ti bastavano gli assorbenti notte quelli spessi tre centimetri. Oppure è successo quando, nonostante tutte le preghiere, ti è cresciuto il seno. Eri tanto più libera senza, quell'ingombro da contenere, era una noia di cui avresti fatto volentieri a meno. Chissà se anche a te i reggiseni stringevano e se ti venivano i dolori intercostali, che assomigliano tanto agli attacchi di cuore perchè ti tolgono il fiato. Chissà se tua madre ti prendeva in giro dicendoti che eri melodrammatica. Ti immagino adolescente, introversa e solitaria nella tua camera fredda con i pavimenti di marmo. Sentirti sola deve essere stata una costante, nella tua vita. Eppure la solitudine e la voglia di vincerla potrebbe essere stata la parte più viva di te, quella che ti ha mandata avanti, nonostante tutto. Ti dico così perchè per me è stato così. Il guaio è che la solitudine non si può vincere da soli. E che le persone care di allora mi hanno abbandonata abbastanza presto e nei modi peggiori. Chissà se anche tu hai questa intenzione.
Conoscendo tua madre suppongo che le mestruazioni ti siano arrivate senza preavviso. Non una parola. Neanche un accenno alle farfalle, cicogne, api, cavoli o alieni. Omertà. E' inutile discutere prima di cose che comunque accadranno... avrà pensato... ma almeno un accenno alla possibilità che per i prossimi 30 anni della tua vita una volta al mese avresti avuto un "ospite", te lo poteva dare. Tua madre, così rigida e inflessibile. Ti avrà dato del filo da torcere con le sue credenze assurde.
Una volta l'avevo sentita mentre diceva a Francesca che tagliarsi i peli dell'inguine era segno di anormalità, perchè erano simbolo di femminilità. Pensa un po'. Era un po' fissata con il sesso se ci ripenso adesso. Ma allora non me ne curavo.
Chissà a che età ti sei accorta che il suo modo autorevole di dare per certe anche le assurdità, non era necessariamente segno di veridicità. Quanto a lungo le hai dato credito? Eri piuttosto ingenua... chissà come le sei sopravvissuta...
Sapeva che ti chiamavano maschiaccio e se ne vergognava. Però continuava a sperare che saresti cambiata con l'età, che fosse una fase. Eri l'unica femmina a giocare a pallone con i maschi nel cortile.Trovavi le altre femmine noiose tranne quando giocavano a pallavolo.
Eri iperattiva e instancabile, forse a causa delle frustrazioni che collezionavi sul fronte materno. Da piccola non la sentivo, la tua solitudine, mi è arrivata addosso tutta insieme quel giorno che mi hai telefonato. Dopo un ventennio passato ignorando le nostre reciproche esistenze. Ti ricordavi il mio cognome. Io no. Avevi trovato il mio telefono su internet telefonando a tutte le mie omonime in città. Non lo sapevi che rappresentavi per me un pezzo di passato troppo doloroso per essere riportato alla luce? Non eri sposata, non sentivi tua madre. Per me che avevo perso entrambi i genitori era troppo. Io, felicemente sposata con due figli da gestire oltre al lavoro: decisamente troppo. Non potevo permettermi di rivivere quegli anni di dolorose perdite.
Se solo avessi saputo quel giorno... chissà... se solo avessi saputo quanto desideravi una madre come la mia. Anche se è scomparsa presto, era dolce e comprensiva. Forse per questo ti piacevo, vedevi riflesse in me le sue qualità, per questo andavamo così d'accordo. Mi ricordo le giornate passate a giocare alle "Charlie's angels" con te e mia cugina. Eravamo perfette: una bionda, una mora liscia, una mora riccia. Una volta abbiamo cercato di fare l'inchiostro dalle bacche che davamo alle capre: un disastro, le dita ci sono rimaste macchiate per giorni. Un'altra abbiamo rinchiuso le mosche in un contenitore di plastica e sono nati dei vermetti. Eravamo inarrestabili con una fantasia incredibile. L'estate che lo zio ci ha montato la tenda canadese eri fuori di te dalla gioia. Ma tua madre ti ha vietato di entrarci. Tua madre era ossessionata con i divieti, li formulava sotto forma di minaccia: "Guai a te se...".
Me lo ricordo, come sbollivi la rabbia per i suoi divieti assurdi. Tiravi le pallonate al muro, sempre più forte, finchè non facevi fuori qualche fiore o combinavi qualche disastro, finchè non ti puniva di nuovo. Sembrava che volessi testare i suoi limiti ma, ahité, non sembrava averne. Non mi sono mai voluta accorgere di quanto fossi infelice e frustrata: una brutta copia di Biancaneve con la matrigna. Mi avevi detto che dovevi essere stata adottata. Ma ci deve essere stato un giorno in cui hai trovato una prova inconfutabile (tipo il braccialetto dell'ospedale) e tutte le speranze di trovare un'altra madre sono crollate.
Ora capisco perchè non davi importanza alle perdite: non avevi niente che ti sembrasse così importante da perdere.
La verità è che la sentivamo tutti urlare. E facevamo finta di niente. L'educazione allora comprendeva scapaccioni e sgridate. Ma lei esagerava. La sentivamo quando ti minacciava di chiuderti in riformatorio o peggio ancora in manicomio. Urlava come una posseduta e brandiva scope e quant'altro dicendoti le cose peggiori. Ci sarebbe stato di che ridere vedendo una che si comporta da pazza minacciare di rinchiudere in manicomio una bambina silenziosa e schiva come te, ci sarebbe stato di che ridere se non fosse sembrato tragico.
Se ti faceva paura non lo davi a vedere. Forse pensavi che i riformatori non potessero essere peggio di avere lei come madre e ti sbagliavi. Ma per fortuna non ti ci ha mai messa, in riformatorio. Adesso lo capisco quanto fosse frustrata. La ragione della sua frustrazione eri tu. Poteva controllare lo sporco. Stava sempre a pulire. Poteva domare i fili e farne un maglione o un centro all'uncinetto. Ma tu eri incontrollabile, ribelle per natura. Non ce la faceva a controllare te e non se ne dava pace. Nessuno le aveva detto che un figlio non è un robot, programmabile. Era più sola di te. Almeno tu avevi me, scendevi nel nascondiglio segreto e inventavamo qualche avventura in cui imbarcarci. Ok, solo nei mesi estivi. A otto anni è morta mia madre non sono più tornata lì: non volevo rivedere quel posto pieno di ricordi. Non ci ho neanche pensato a te. Suona male dirlo, ma è così. Non mi sono più guardata indietro. Immagino sia stato duro passarci tutte le estati, da sola. Avrei potuto chiedertelo quel giorno, se solo avessi saputo. E invece sono qua in rianimazione. Sono scesa un'ora fa perchè il cognome sul campione di sangue che dovevo analizzare mi suonava familiare. Non pensavo di riconoscerti dopo tutto questo tempo. Sei molto cambiata, mi avevi avvisato a telefono. Al posto dei capelli biondi e lunghi ci sono capelli brizzolati e castani, corti.
Ho conosciuto la tua ragazza, fuori, eravate al Pride, aveva un cartello con su scritto "il peccato è negli occhi di chi guarda". Niente di più vero. Non mi avevi detto che eri lesbica. Che avevi una relazione da così tanto tempo. Ma alla fine è stata colpa mia: non ti avevo chiesto niente. Ero spaesata di risentirti dopo tanto tempo. Spaesata che avessi trovato il tempo e il modo di ricercarmi. E non capivo perchè lo avevi fatto. Fino ad oggi. Adesso capisco perchè ti sei defilata dopo le prime telefonate, perchè mi dicevi di non essere in buoni rapporti con tua madre. Perchè mi chiedevi di portare un'amica al pranzo che dovevamo fare per rivederci e che non abbiamo mai fatto. Adesso capisco come l'inadeguatezza si tramandi, si assorba per osmosi di generazione in generazione. Adesso vedo tutta la fragilità della solitudine. Fragilità che ho calpestato inconsapevolmente. Vedo l'esilio distillato in un mondo parallelo. Adesso non sei più sola. Nella linea piatta c'è un filo che si alza e ricade, "rise and fall", un bip che pulsa. Non mi lasciare anche tu. Quel filo è l'unica cosa che mi lega a mia madre. Intanto vado a bloccare la tua, prima che arrivi e provi a colpevolizzare la tua ragazza. Dovrà passare sul mio cadavere. Parola di Charlie's angel.
